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Gesù, il Buon Pastore: “Le Pecore Ascoltano la Sua Voce”

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Il Vangelo di Giovanni 10,1-10, proclamato nella IV Domenica di Pasqua, ci invita a contemplare una delle immagini più belle e consolanti di tutta la Scrittura: Gesù come Buon Pastore. Sebbene il brano di oggi non contenga esplicitamente l’espressione «Io sono il Buon Pastore» (che compare nell’Acclamazione al Vangelo e nel seguito, Gv 10,11), esso è tutto una catechesi sul pastorato di Gesù. Il versetto che riassume la riflessione di oggi è: «Le pecore ascoltano la Sua voce.» (Gv 10,3).

Per situare bene questo brano, Monsignor Cattenoz, vescovo emerito di Avignone, che prima ancora di essere sacerdote aveva vissuto come pastore di pecore nel Nord Africa, raccontava che ogni pastore ha il proprio grido per chiamare il gregge. Quando due pastori si incontravano sul cammino, i loro greggi si mescolavano. Ma al mattino ciascuno chiamava le sue pecore con il proprio grido — e le pecore riconoscevano la voce del loro pastore e si separavano. Una pecora smarrita nell’altro gregge, udendo la voce del suo pastore, alzava la testa, lo cercava e correva incontro a lui. Questo fenomeno, così comune nella vita pastorale al tempo di Gesù, era ben conosciuto dai suoi ascoltatori. Per noi oggi può suonare strano, ma la verità spirituale che racchiude è perenne: per riconoscere la voce di Gesù, occorre ascoltarla frequentemente, nella preghiera.

Per aiutarti a pregare con questa Parola, presentiamo i cinque punti centrali della nostra riflessione nel podcast: guarda qui   con sottotitoli disponibili in varie lingue.

  1. Il Pastore delle Pecore

La figura del Pastore percorre tutta la Bibbia. Nell’Antico Testamento si distinguono quattro grandi riferimenti. In primo luogo Dio stesso: il Salmo 22(23) — salmo responsoriale di questa domenica — proclama «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.» In secondo luogo Davide, che fu tolto dalla pastorizia per diventare Pastore del popolo d’Israele — colui che affrontò il leone e l’orso per difendere il gregge, e che confidava pienamente nel Signore: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dell’orso, mi libererà anche da questo filisteo» (1 Sam 17,37). In terzo luogo i capi e i sacerdoti d’Israele — i cattivi pastori denunciati da Ezechiele (cfr. Ez 34) e Geremia (cfr. Ger 23,1-2), contro i quali Gesù reagisce vedendo il popolo «come pecore senza pastore.» Infine, nel Nuovo Testamento, Gesù stesso, che designa Pietro come suo vicario — «Pasci le mie pecore» (Gv 21,16-17) — e, attraverso il Papa, i vescovi e i sacerdoti, continua a pascere il suo gregge.

Ma l’invito va oltre: ognuno di noi, nella misura in cui Dio ci ha affidato delle persone — come padre, madre, coordinatore, responsabile di comunità o formatore — è anch’egli Pastore. La domanda che il testo ci induce a porci è: sono un buon o un cattivo Pastore delle pecore che il Signore mi ha affidato?

  1. “Io Sono la Porta” — e il Portiere

In questo brano di Giovanni 10, Gesù usa la formula solenne «Ego eimi» — lo stesso «Io Sono» di Esodo 3,14-15, il nome divino — per identificarsi con la porta: «Io sono la porta delle pecore.» Nel pastorato antico, il pastore dormiva all’ingresso dell’ovile, diventando letteralmente porta e portiere al tempo stesso. Ma cosa significa che Gesù sia «la porta»?

La porta ha almeno tre funzioni: proteggere (custodire il gregge contro i lupi e i ladri); dare accesso (permettere di entrare e uscire — «entrerà e troverà pascolo»); e offrire intimità e silenzio (isolare il rumore esterno, creando uno spazio di intimità). Gesù compie queste tre funzioni: protegge, apre la via al Padre e crea lo spazio dell’incontro personale con Dio.

Come portiere, Gesù è anche il padrone delle chiavi — le stesse che affidò a Pietro: «Tu sei Pietro… A te darò le chiavi del Regno…» (Mt 16,18-19). Una bella tradizione spirituale afferma che San Giuseppe, il falegname, possa aver insegnato al giovane Gesù l’importanza di una porta ben fatta per l’ovile — e Gesù lo custodì nel cuore per trasformarlo poi in parabola.

Gesù è anche la «porta stretta» di cui parla Matteo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta» (Mt 7,13). Per Lui — e solo per Lui — abbiamo accesso al Padre.

  1. I Ladri e i Briganti

Gesù è diretto: «Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e briganti» (Gv 10,8). Si riferisce ai falsi maestri e capi religiosi che sviavano il popolo. E alla fine del brano ci dà il criterio per riconoscerli: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere» (Gv 10,10).

È un criterio pratico e prezioso: tutto ciò che ci ruba la pace, ci allontana da Dio o distrugge la nostra vita interiore è segno di un cattivo Pastore. Non si tratta di cadere nella paranoia, ma di esercitare il discernimento. San Paolo ci esorta: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1). Dobbiamo guardare sempre a Gesù, l’unico Buon Pastore, e misurare su di Lui tutti gli altri che pretendono di guidarci.

Il rischio più attuale è porre la nostra speranza in pastori che non lo sono — figure che promettono salvezza ma sanno solo rubare, uccidere e distruggere. Il Buon Pastore è colui che dà la vita per le pecore. Si chiama Gesù.

  1. La Voce del Pastore

Il Vangelo di oggi afferma tre volte che le pecore conoscono la voce del pastore (cfr. Gv 10,3.4.5). Così come in una folla riconosci all’istante la voce di tua madre — perché hai intimità con lei —, così riconosciamo la voce di Gesù nella misura in cui coltiviamo questa intimità con Lui nella preghiera.

Le Scritture ci offrono esempi eloquenti. Maria Maddalena, davanti al sepolcro vuoto, non lo riconobbe con gli occhi — ma quando Gesù pronunciò il suo nome, «Maria» (Gv 20,16), lo identificò all’istante: era la voce del suo Pastore. Paolo, sulla via di Damasco, udì anch’egli quella voce — «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4) — e gli rimase impressa per tutta la vita, orientando ogni passo della sua missione apostolica.

La voce del Signore è insieme potente — «la voce che spezza i cedri» (Sal 29(28),5) — e soave come il sussurro che Elia udì sull’Oreb (cfr. 1 Re 19,12-13). Nella preghiera non la ascoltiamo con le orecchie del corpo, ma la sentiamo nel cuore. Un inno della Liturgia delle Ore lo esprime con bellezza: «O Santo, chiediamo che i legami dello Spirito ci uniscano a Te, e così, non ascoltiamo le voci della carne che gridano in noi.» (LH, Inno delle Lodi, Martedì della II Settimana del Salterio. Trad. per il Brasile, p. 878).

San Giovanni della Croce, nella Notte Oscura, cita il Salmo 37(36),4: «Metti le tue delizie nel Signore ed Egli esaudirà i desideri del tuo cuore.» Quando il Signore è la nostra delizia, i nostri desideri si purificano e coincidono con la sua volontà. Dagli Scritti di Santa Teresina di Gesù Bambino si comprende che ella faceva solo ciò che voleva, perché voleva solo fare la volontà di Dio.

  1. “Sono Venuto perché Abbiano la Vita e l’Abbiano in Abbondanza”

Il culmine del testo di oggi è il versetto 10: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Giovanni 10,10 è facile da memorizzare: come il bastone del pastore è l’«1» e la pecorella paffuta è lo «0», non dimentichiamo mai che Giovanni 10 è il Vangelo del Buon Pastore.

La vita che Gesù promette non è soltanto la vita eterna nel Cielo — anche se lo è, e soprattutto. È una vita già da ora: piena, ordinata, con senso. Quando poniamo il Signore al centro, tutto il resto trova il suo posto. Quando mettiamo al centro le cose del mondo — concupiscenze, potere, politica, il passeggero — tutto si disordina.

San Paolo ci assicura che «le nostre tribolazioni momentanee sono leggere rispetto al peso eterno di gloria che esse ci preparano fino all’eccesso» (2 Cor 4,17). E Sant’Ireneo di Lione proclama: «La gloria di Dio è l’uomo vivente» — e l’uomo vivente è colui che ha in sé la vita divina e loda anche in mezzo alle sofferenze.

In sintonia con il discorso del Pane di Vita (cfr. Gv 6,22-62) e la parabola della vite (Gv 15), Gesù qui riafferma: chi rimane in Lui ha la vita eterna. La promessa è «cento volte tanto in questo mondo, con persecuzioni, e nel mondo futuro la vita eterna» (Mc 10,30). Il meglio deve ancora venire!

Passi della Lectio Divina

  1. Lettura (Lectio): Leggi Gv 10,1-10 con calma e attenzione. Osserva la sequenza: Gesù descrive prima il vero pastore (colui che entra per la porta, chiama per nome, va davanti); poi denuncia i ladri e i briganti, e, infine, rivela lo scopo della sua venuta: darci vita piena. Nota i contrasti: porta/muro; pastore/ladro; vita/morte.
  2. Meditazione (Meditatio): Riconosco la voce del Signore come mio Pastore? Con quale frequenza Lo ascolto nella preghiera? Ci sono «ladri» nella mia vita — persone, situazioni o vizi — che mi rubano la pace e mi allontanano da Dio? Sono un buon Pastore per coloro che il Signore mi ha affidato?
  3. Preghiera (Oratio): Dialoga con Gesù, il Buon Pastore. Chiedigli la grazia di una vita di preghiera concreta e vera, perché nei momenti di smarrimento e oscurità tu possa ascoltare la sua voce e seguirlo. Chiedigli anche che allontani i lupi e i ladri che minacciano il tuo gregge (continua secondo come lo Spirito Santo ti muove).
  4. Contemplazione (Contemplatio): Cerca una Cappella di Adorazione al Santissimo Sacramento (fisica o virtuale) e riposa davanti al Pastore che rimane con noi nell’Eucaristia. Immagina le mani di Gesù — le mani che spezzarono il pane, che toccarono i malati, che furono inchiodate sulla croce — aperte per te. Lasciati toccare e condurre da Lui.
  5. Azione (Actio): L’incontro con il Buon Pastore ci mette in movimento. Quale gesto concreto di cura o protezione compirai questa settimana verso qualcuno che il Signore ti ha affidato? Chi sono le tue «pecore» e come puoi essere per loro un riflesso del Buon Pastore?

Guarda l’episodio completo e accompagna la meditazione dettagliata sul nostro canale:
https://www.youtube.com/watch?v=Huyzz2aI6sA
(Seleziona i sottotitoli nella lingua desiderata).

Alla prossima settimana!

Shalom!


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